
Anoressia, bulimia e binge eating: quando il corpo diventa il linguaggio del dolore
- Pubblicato da Direzione
- Data 6 Marzo 2026
«Non devi restare al buio per sempre. Se pensi di non farcela… sappi che anche io lo pensavo, ma mi sbagliavo. Ci sono riuscita. Non sono speciale. Puoi farlo anche tu.» — Daniela Gardino
NON È IL PESO IL PROBLEMA.
Il corpo, nei DCA, è un grido disperato, una richiesta d’aiuto che non trova parole.
Chi soffre di disturbi del comportamento alimentare — come anoressia, bulimia e binge eating — non vuole dimagrire.
VUOLE SCOMPARIRE.
Davanti allo specchio non vede un corpo: VEDE DOLORE.
Un dolore così grande da schiacciare il respiro, troppo grande per essere affrontato.
E allora diventa più facile colpevolizzare il corpo che guardare in faccia la paura più profonda: quella di vivere.
Per anni ho rincorso la perfezione come strategia di sopravvivenza. Mi sono convinta e illusa che pesando meno, diventando diversa e “giusta”, sarei riuscita a sentirmi all’altezza, a sentirmi non difettosa, come se solo così avessi finalmente avuto il permesso di sentirmi valida.
Cercavo amore… ma non mi permettevo di riceverlo. Non permettevo a nessuno di amarmi o di entrare nel mio mondo. E mi arrabbiavo. Con tutto. Con tutti. Con me stessa. Senza nemmeno saperlo.
Toglievo chili al mio corpo per togliere il dolore.
Toglievo il piacere, la gioia, il diritto alla vita.
PERCHÉ QUELLA VITA, IO, NON LA VOLEVO.
Poi è arrivata la perdita di controllo. La bulimia. È stata la mia peggior nemica travestita da migliore amica. Non sapevo nemmeno questo. Mangiavo. E mangiavo. E mangiavo ancora. Non masticavo: ingoiavo.
Riempivo il corpo di cibo perché non sapevo come riempire il mio cuore dell’amore che rifiutavo.
Riempivo lo stomaco, mentre il vuoto era nel cuore.
E il senso di colpa mi schiacciava.
Svuotando lo stomaco cercavo di vomitare il dolore. Ma il dolore restava. E cresceva.
E POI… MI SONO ARRESA. Ho capito che non esisteva una scorciatoia per uscire dalla caverna buia: L’UNICA VIA ERA ATTRAVERSARLA. Sentendo la rabbia, la paura, la sofferenza. Guardandole negli occhi, senza scappare. Ascoltandole, comprendendole.
CHIEDENDO AIUTO.
È lì che ho scoperto che le emozioni sono chimica, sì, a volte un groviglio nello stomaco che stringe il respiro e schiaccia la testa. Ma ho scoperto anche che non sono nemiche: portano messaggi, parlano di noi, chiedono ascolto. E se accolte possono essere elaborate, trasformate, possono diventare passeggere.
Ho scoperto che la tristezza può convivere con la gioia. Che la paura può camminare accanto al coraggio. Che la rabbia non cancella la sorpresa, né la bellezza. Ho scoperto che la vita non era solo in un piatto o dentro un bicchiere. C’era un mondo vasto, imperfetto, vivo. Un mondo tutto da creare. E forse — sì — in quel mondo c’era spazio anche per me.
E OGGI NON CI RINUNCIO.
Come ho fatto ad arrivare dove sono oggi?
Come posso amare quella vita che ho odiato, maledetto, rifiutato?
Come posso accettare e amare me stessa, la stessa persona che per tanto tempo ho cercato di uccidere?
La risposta è stata semplice. E difficilissima.
ACCETTARE DI ESSERE AIUTATA.
Per me, che ho sempre voluto credere di potercela — e dovercela — fare da sola, accettare di aver bisogno di aiuto è stato come dichiarare un fallimento.
Oggi so che è stata la mia più grande vittoria e la cosa più importante che abbia mai fatto nella mia vita.
Ho cambiato centri, psicologi, psicoterapeuti. Ero stremata. Rassegnata. Ogni tentativo sembrava peggiorare le cose invece di migliorarle. Ma non avevo più nulla da perdere. E forse — una parte di me — voleva davvero perdersi.
Poi ho incontrato MondoSole. E lì ho trovato la luce. Ho accettato di trovare i raggi del sole che potevano illuminare la mia caverna.
Ho trovato mani che accompagnano. Sguardi che ti vedono davvero. Voci che sanno fare spazio, anche al dolore più indicibile. Ho trovato professionalità, competenza e umanità.
Mi sono affidata a ChiaraSole e Matteo. Mi sono fidata. Mi sono lasciata accompagnare anche quando era scomodo. Anche quando faceva male. Anche nei punti più feriti della mia mente e nelle spine conficcate nel cuore. Ed è lì che ho imparato una verità che Chiara mi ha ripetuto più volte e che io oggi ripeto a chi accompagno: guarire non significa non avere più problemi. Non significa essere immuni alle cadute della vita. I bassi ci saranno. Ci sono. E va bene così. Fanno parte della vita. Non sono colpa mia. E non sono colpa del mio corpo. Oggi lo so.
E voglio aiutarti a scoprirlo. Voglio gridare che SI PUÒ GUARIRE.
Che nessuno è costretto a lottare da solo. Che esistono mani pronte a sostenerti.
L’amore, la famiglia, gli amici NON possono guarire delle patologie mortali
L’amore di chi ti sta vicino, da solo, non basta. In nessun modo l’amore può guarire patologie mortali, come i Disturbi del Comportamento Alimentare. E dirlo è un atto d’amore.
L’amore, la famiglia, gli amici sono fondamentali. Sostengono, abbracciano, tengono in vita la speranza ma anche le illusioni e le dinamiche disordinate.
SERVONO PROFESSIONISTI. Servono competenza, esperienza, neutralità. Serve uscire dalle dinamiche che, senza volerlo, intrappolano.
I DCA non colpiscono solo chi ne soffre ma travolgono il nucleo familiare, le relazioni, le persone amate. L’amore che vuole solo aiutare, a volte, può illudere. E senza volerlo, può ferire ancora di più.
A un certo punto del mio percorso mi sono resa conto che stavo trascinando chi amavo con me nel buio. E ho allontanato chi volevo vicino. Per amore. Per senso di colpa. Non potevo sopportare anche il peso della distruzione di persone che erano la mia casa. L’amore non doveva morire insieme al mio dolore. Allontanarmi è stato il mio modo imperfetto di proteggere chi era importante per me.
Se ti senti così, non hai colpa. Non c’è vergogna. Non devi rinunciare a nessuno. Non devi rinunciare a te. Non devi rinunciare alla tua vita.
Serve tempo. Serve fidarsi. Serve affidarsi. Affidati a professionisti. Chiedi aiuto. Fidati di te. Ce la farai. E se ora non riesci a crederci, se non sai a chi rivolgerti, dove andare, cosa fare, prendi la mia mano. Ti accompagno.
Con presenza, Daniela Gardino.
Ci sono parole che non nascono per essere lette velocemente. Nascono per fermarsi nello stomaco, per fare silenzio dentro, per dire a chi soffre: ti vedo.
Daniela Gardino, oggi formatrice, direttrice dell’Accademia ArmonyaMente, ideatrice di progetti sociali e parte attiva nella prevenzione e sensibilizzazione sui Disturbi del Comportamento Alimentare (DCA) lo grida non solo con il suono della sua voce ma anche con la voce del suo cuore e di chi quel buio lo ha abitato davvero.
I DCA — dall’anoressia alla bulimia, fino al binge eating — non parlano di cibo. Parlano di dolore. Non è il peso il problema. I DCA non nascono dal desiderio di dimagrire. Nascono dal desiderio di smettere di sentire, di non dover più affrontare una vita percepita come troppo grande, troppo dolorosa.
Il corpo diventa il bersaglio più facile. Un corpo da controllare, punire, svuotare o riempire. Perché affrontare il dolore emotivo richiede strumenti che spesso nessuno ci ha insegnato. Ed è proprio questo che si impegna a fare Daniela oggi, offrire la conoscenza e gli strumenti per restituire voce a quel dolore, riconoscerlo senza paura e imparare ad attraversarlo senza dover più passare dal corpo per farsi ascoltare.
Dalla caverna alla luce: attraversare, non evitare: Nel suo racconto c’è una frase chiave: «Non esisteva una scorciatoia per uscire dalla caverna buia. L’unica via era attraversarla.»
Guarire non è smettere di provare e nemmeno vivere in una calma artificiale dove nulla tocca più. Guarire è imparare a restare dentro ciò che si muove, senza lasciarsi travolgere. È dare un nome a quello che accade dentro, riconoscerlo, ascoltarlo, gestirlo senza anestesia.
Le parole di Daniela ci invitano a vedere la guarigione come un percorso da non fare da soli ma accanto alla competenza.
Chiedere aiuto non è tradire chi ci ama, è prendersi cura di tutti.
Il Fiocchetto Lilla: dalla giornata alla settimana della consapevolezza: Per anni Daniela ha dedicato il 15 marzo, giornata simbolo del Fiocchetto Lilla, alla sensibilizzazione sui DCA.
Il 15 marzo resta una data profondamente simbolica: la sensibilizzazione è ampia, i professionisti attivi sono tanti e le voci che si uniscono per parlare di DCA sono sempre più numerose.
Può bastare un solo giorno all’anno a contenere la complessità, il bisogno di ascolto e la necessità di strumenti che questo tema richiede?
Daniela ha scelto di andare oltre la ricorrenza e trasformare l’impegno in un tempo più disteso e attraversabile. Dal 23 marzo al 2 aprile prenderà vita un percorso di incontri, interventi, testimonianze e formazione tra scuole, sale congressi e spazi educativi, con l’obiettivo di continuare a generare consapevolezza, dialogo e possibilità di cura anche oltre il calendario simbolico.
Perché la prevenzione non può essere un evento isolato.
Perché parlare di DCA — anoressia, bulimia e binge eating — prima che diventino un abisso può salvare vite.
Perché bambini, adolescenti, famiglie e insegnanti hanno bisogno di strumenti, non di giudizi.
Chi è Daniela Gardino oggi: Oggi Daniela non si limita ad accompagnare singole persone. Ha scelto di formare chi aiuta, perché il cambiamento si moltiplichi. Daniela è direttrice dell’Accademia ArmonyaMente, presidente del ROOI, creatrice del metodo APE – RAS, fondatrice di progetti come Il Benessere è un Diritto di Tutti e Proyecto Niño Feliz.
La sua visione è chiara il benessere non è un lusso, la prevenzione è un atto d’amore, nessuno dovrebbe affrontare il dolore da solo.


